Le spiagge sono beni demaniali, il proprietario è lo Stato ma non sempre e ovunque possiamo stendere il nostro telo da mare/salviettone.
Una nota attrice comica italiana è tornata, lo scorso week end, alla ribalda della cronaca per essersi recata in uno stabilimento balneare ligure, aver rivendicato animatamente il diritto di poter stazionare sulla battigia ed essere stata allontanata dal gestore del bagno perché, secondo lui, il preteso diritto, l’attrice comica romana, non ce l’aveva. Chi ama il mare, prendere il sole e fare i bagni, sarà in cuor suo certamente un po’ solidale con la comica che dalla sua pagina facebook ha inveito contro le canaglie che ci vogliono togliere il diritto di andare al mare e contro i politici corrotti che hanno permesso questo. E qual’è la parolina magica che associata a una cosa bella come la spiaggia accende la passione, ancor più se siamo nella calura di agosto? Ma ovvio, spiaggia… benecomune! La retorica benecomunista, ancora una volta, scalda i cuori ma rischia di raggelarci le meningi. Per citare una frase della divertentissima parodia di un santone televisivo, Quelo, fatta dal fratello comico della nota comica: “La risposta è dentro di te, ma è sbagliata”.
Le spiagge sono beni demaniali, il proprietario è lo Stato ma non sempre e ovunque possiamo stendere il nostro telo da mare/salviettone: come la comica ben sa, alcune spiagge del litorale italiano, per il wwf, il 25% delle coste fruibili italiane, e come peraltro accade nel resto d’Europa, sono gestite da imprenditori che operano in regime di concessione
Per alcuni questo ha incrementato le costruzioni, gli abusi, la rovina ambientale e paesaggistica delle nostre coste, ma soprattutto ha permesso in certi casi l’inammissibile negazione del libero accesso alle spiagge.
Per altri, al contrario, non solo ciò ha rappresentato una fonte di reddito e di lavoro per moltissimi cittadini ma ha permesso un controllo degli accessi, la possibilità di monitorare e gestire fenomeni di congestionamento e depauperamento naturale e quindi ne ha migliorato sia lo sfruttamento sia la preservazione.
Ma la comica romana non è capitata in Liguria per caso: non è affatto una sprovveduta.
Sulle concessioni italiane per gli stabilimenti balneari pende da anni sull’Italia la spada di Damocle della compatibilità delle proroghe infinite delle concessioni con i principi fondamentali del trattato Ue sulla tutela della concorrenza, trasparenza, non discriminazione, libertà di stabilimento; tanto che recentemente il Tar della Lombardia (si tratta di un caso capitato sulle spiagge del Garda) ha sollevato la questione proprio davanti alla corte di giustizia dell’UE.
Si ripete, nulla avviene per caso, e oltre evidentemente alla comica ed ai benecomunisti, anche molti altri stanno attendendo che venga emanata la legge relativa al regime del concessioni che coinvolge tutto un mondo di norme, dal codice civile, al codice della navigazione, regolamenti, autorizzazioni comunali, regionali, corti varie echipiunehapiunemetta che rappresenterà sicuramente un grande campo di battaglia. Da una parte i soliti buoni: spiagge diritto di tutti, bene comune, diritto inviolabile dell’umanità, il mare è mio e me lo gestisco io, ecc.ecc.; e dall’altro i soliti cattivi che avidamente vogliono arricchirsi sfruttando la natura e far accedere alle spiagge solo i paganti e magari benpensanti.
Comunque la si guardi, i contendenti in questione non offrono adeguate, concrete e utili soluzioni: da un lato, la solita invettiva retorica benecomunista e, dall’altro, la conservazione dello status quo degli attuali concessionari: posizioni che hanno un minimo comun denominatore, quello di essere sicuramente entrambe assolutamente illiberali!
L’iniziativa privata non è sfruttamento di per sé e la ricerca del profitto e conseguenti particolari limiti all’accesso della fruizione di una cosa non sono di per sé antisociali. Ricordo da bambina anni di vacanze nelle spiagge del nostro magnifico sud, del tutto libere, anzi, liberissime, trattate come veri e propri immondezzai, discariche a cielo aperto: questo era ai miei occhi veramente antisociale.
Il controllo da parte dello Stato proprietario del bene demaniale è indispensabile, fa sì che le concessioni non vengano assegnate e gestite da imprenditori scellerati, ma ciò non toglie che spiaggia bene comune, ossia libera sempre ovunque per tutti, voglia necessariamente dire migliore organizzazione gestione e fruizione delle risorse naturali. Ben venga la possibilità di far concorrere in modo regolato e trasparente nuove proposte di gestione delle attività balneari al meglio, cosicchè l’iniziativa privata potrà concorrere per raggiungere il suo fine, il profitto, e contemporaneamente concorrere alla miglior tutela dell’ambiente, la stessa fonte del suo profitto, attraverso la creatività, le idee, le iniziative, tipiche della libera impresa privata.
Non c’è spazio per soluzioni arroccate l’una ad un “hippismo” fuori dal tempo e senza costrutto, proprio perché le spiagge libere italiane non sono meno sporche e meno inquinate, anzi; e l’altra ad una pretesa di privilegio a gestire un bene pubblico per l’eternità, ingiustificato ed inammissibile, per rispetto della trasparenza, della concorrenza, e per trattare al meglio e ricevere il meglio da questa nostra straordinaria risorsa italica, le spiagge.

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